La vittoria della nazionale di calcio della Spagna ai Mondiali racchiude un profondo significato. Essa esprime, in primo luogo, la capacità di condurre un vero gioco di squadra rispetto ad un'impostazione che fa leva principalmente sul talento individuale: è il trionfo dell'organizzazione tattica rispetto all'abilità dei singoli.
Per tutta la durata dell'incontro la formazione iberica ha condotto un vero e proprio assedio alla porta della formazione argentina, esprimendosi in un palleggio sapiente e persino spettacolare: passaggi corti e continui movimenti senza palla a tutto campo. Tutti in difesa e tutti in attacco, persino — in qualche modo — il portiere, che grazie ad un'intemerata uscita fuori dall'area ha sventato l'unica insidia che nel primo tempo è venuta da Lionel Messi, che per il resto della partita non ha quasi toccato palla.
La lezione che ci viene è che, quale che sia il valore aggiunto dei singoli fuoriclasse, è sempre il gioco di squadra ad essere decisivo. Un brevissimo, sommario e parziale excursus nella storia dei Mondiali ci può mostrare questa elementare verità, che spesso si dimentica in nome del divismo: il talento puro brilla solo dentro un'architettura collettiva.
Il Brasile: Pelé e Garrincha
Fissiamo per un attimo l'attenzione su Pelé (Edson Arantes do Nascimento) e Diego Armando Maradona, per universale giudizio i due giganti della storia del calcio. La nazionale brasiliana si aggiudicò consecutivamente i campionati mondiali di calcio del 1958 e del 1962. Nell'edizione del 1958, il contributo del diciassettenne Pelé risultò determinante per la vittoria finale della compagine sudamericana.
Nel torneo del 1962, la leggendaria squadra verdeoro si riconfermò campione del mondo: nonostante l'infortunio di Pelé, un solido gioco di squadra riuscì a esaltare e far fiorire il talento puro di Garrincha. Al di là dei singoli elementi di spicco, entrambi i successi poggiarono su una solida organizzazione collettiva e su una rosa di elevato valore tecnico, che annoverava calciatori del calibro di Didi, Vavá, Zagallo e Nilton Santos.
Nel 1958, l'innovativo 4-2-4 introdotto dal commissario tecnico Vicente Feola garantì al Brasile una straordinaria solidità a centrocampo. Questo equilibrio liberò l'estro di due geni assoluti come Pelé e Garrincha, esentandoli da eccessivi compiti di ripiegamento. Quattro anni più tardi, nel 1962, il successore Aymoré Moreira optò per un più prudente 4-3-3: l'arretramento strategico di un'ala sulla linea mediana servì a proteggere una rosa anagraficamente più matura rispetto a quella di Svezia '58.
La bontà di questa intuizione tattica emerse chiaramente proprio nel momento più drammatico, ovvero l'infortunio di Pelé: l'intelaiatura collettiva della Seleção si dimostrò talmente collaudata e granitica da sopperire alla perdita del suo fuoriclasse e guidare la squadra al secondo trionfo mondiale consecutivo.
Nel 1970 (mondiale che vide l'Italia in finale dopo la esaltante vittoria contro la Germania) Pelè fu di nuovo un protagonista importante, ma fu solo un'arma in più di una squadra ben amalgamata che annoverava giocatori come: Jairzinho, inarrestabile ala destra; Rivelino, centrocampista offensivo con una potenza di tiro devastante; Tostão, attaccante atipico e geniale; Gerson, brillante regista della squadra; Carlos Alberto, leggendario terzino destro.
L'Argentina: Maradona e Messi
Spostando lo sguardo dal Brasile all'Argentina, l'altra grande protagonista del mitico calcio latino-americano, la dinamica cambia ma la sostanza resta la stessa. L'epopea del 1986 mostrerà come persino l'individualismo geniale di quella forza della natura che era Maradona avesse bisogno di una solida strategia di supporto per trasformare la classe pura in vittoria mondiale.
Si è scritto che Maradona vinse il Mondiale del 1986 da solo, ma si tratta, evidentemente, soltanto di un'iperbole giornalistica. In realtà il commissario tecnico Carlos Bilardo escogitò una difesa a tre solidissima e un centrocampo di "operai" (come Giusti, Batista ed Enrique) il cui compito era esclusivamente quello di coprire le spalle a Diego Armando. Questo lavoro oscuro favorì giocatori come Valdano e Burruchaga, che segnarono reti decisive sfruttando gli spazi aperti dalle marcature raddoppiate sul "pibe de oro".
Qualcosa del genere è successo nel 2022 con l'Argentina di Lionel Scaloni, che mise in piedi una squadra disposta a sacrificarsi al massimo per il suo fuoriclasse, Lionel Messi. Insomma: dietro un grande campione c'è sempre una grande squadra.
Escrivá: la pietra nascosta
Viene alla mente un altro spagnolo, "allenatore di anime", San Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), il fondatore dell'Opus Dei, che soleva ripetere concetti applicabili anche ai mediani di fatica che corrono per coprire il fuoriclasse. Al punto 624 di Cammino, il suo capolavoro di ascetica, si legge: «Ogni pezzo al suo posto», e subito dopo l'autore si chiede: «Che rimarrebbe di un quadro di Velázquez se ogni colore se ne andasse per conto suo, ogni filo della tela si sciogliesse, ogni pezzo di legno del telaio si separasse dagli altri?».
Così come nel calcio la ricerca della gloria personale distrugge il gioco collettivo, Escrivá condanna l'individualismo egoista. Egli esorta a essere come «la vecchia pietra nascosta nelle fondamenta», che non si vede ma sostiene l'intero edificio. Nel calcio, sono proprio i difensori e i centrocampisti che sostengono i goal di Pelé o Messi:
«Oh, fossi tu come la vecchia pietra nascosta nelle fondamenta, sotto terra, dove nessuno ti veda: proprio per te la casa non crollerà».
Cammino, 590
Oppure:
«Non fare... lo sciocco: è vero che — al massimo — hai il ruolo di una piccola vite in questa grande impresa di Cristo. Sai però che cosa significa che la vite non stringa abbastanza o salti dal suo posto? Si allenteranno pezzi più grandi o andranno in frantumi gli ingranaggi. Il lavoro rallenterà. Forse si renderà inutile tutto il meccanismo. Che gran cosa essere una piccola vite!»
Cammino, 830
Una solidarietà fragile ma vera
Sostituendo, con un pizzico di fantasia e di poesia, i termini spirituali con quelli sportivi, non è forse questo il ritratto perfetto del Brasile di Pelé e Garrincha nel 1962, dell'Argentina di Messi nel 2022 o della Spagna di Luis de la Fuente, capace il 19 luglio 2026 di dominare il gioco e salire nuovamente sul tetto del calcio internazionale?
Occasioni come i Mondiali di calcio — sport da sempre popolarissimo in Italia, dove però una miope logica di club e l'eccessiva esterofilia dei campionati ne stanno desertificando il vivaio, condannando la Nazionale a una prolungata assenza dai massimi palcoscenici internazionali — evocano tra i tifosi della propria squadra nazionale una solidarietà fortemente emotiva, ma altrettanto passeggera. Per un momento sembra che gli interessi individuali si sommino in un interesse comune.
Giova, a tale riguardo, sottolineare due concetti che papa Leone XIV richiama nella sua recente enciclica, la Magnifica Humanitas. Egli ricorda che il principio di solidarietà non definisce un sentimento, ma evoca una vera e propria forma sociale e politica da incarnare, mentre il bene comune non è da intendersi come la semplice somma di interessi individuali, ma piuttosto come la forma sociale in cui si riconosce la dignità di ciascuno. Affermazioni chiare ed inequivocabili.
Nessun uomo è un'isola e così come nel calcio si vince insieme — ciascuno con la sua individuale abilità —, lo stesso vale per la vita del cristiano: non si cammina né ci si salva da soli, ma si è chiamati a formare una comunità che cresce, sostiene e testimonia l'amore di Dio nel mondo.
Giuseppe Lalli
Collaboratore
Spain's national team victory at the World Cup carries a profound meaning. Above all, it expresses the ability to play true team football, rather than an approach built mainly on individual talent: it is the triumph of tactical organization over individual skill.
For the entire match, the Spanish side laid siege to Argentina's goal, playing a wise and even spectacular passing game: short passes and continuous off-the-ball movement across the whole pitch. Everyone in defence and everyone in attack — even, in a way, the goalkeeper, who thwarted the only real danger of the first half, coming from Lionel Messi, with a bold sortie outside the box. For the rest of the match, Messi barely touched the ball.
The lesson we draw is that, whatever the added value of individual stars, it is always team play that proves decisive. A brief, summary and partial excursus into World Cup history can show us this elementary truth, so often forgotten in the name of star-worship: pure talent shines only within a collective architecture.
Brazil: Pelé and Garrincha
Let us pause for a moment on Pelé (Edson Arantes do Nascimento) and Diego Armando Maradona, by universal judgment the two giants of football history. Brazil's national team won consecutive World Cups in 1958 and 1962. In 1958, the contribution of a seventeen-year-old Pelé proved decisive to the South American side's final victory.
In the 1962 tournament, the legendary green-and-gold side confirmed itself as world champion: despite Pelé's injury, solid team play managed to elevate and let the pure talent of Garrincha flourish. Beyond the individual standouts, both triumphs rested on solid collective organization and a technically gifted squad that included players of the calibre of Didi, Vavá, Zagallo and Nilton Santos.
In 1958, the innovative 4-2-4 introduced by coach Vicente Feola gave Brazil extraordinary midfield solidity. This balance freed the flair of two absolute geniuses, Pelé and Garrincha, sparing them excessive defensive duties. Four years later, in 1962, his successor Aymoré Moreira opted for a more cautious 4-3-3: pulling a winger back onto the midfield line protected a squad that was, by then, older than the one of Sweden '58.
The soundness of this tactical intuition emerged clearly at the most dramatic moment — Pelé's injury: the Seleção's collective framework proved so well-tested and solid that it made up for the loss of its star and guided the team to a second consecutive world title.
In 1970 (the World Cup that saw Italy reach the final after their thrilling win over West Germany), Pelé was once again an important protagonist, but he was only one more weapon of a well-blended team that included players such as: Jairzinho, an unstoppable right winger; Rivelino, an attacking midfielder with a devastating shot; Tostão, an atypical and brilliant forward; Gerson, the team's brilliant playmaker; Carlos Alberto, a legendary right-back.
Argentina: Maradona and Messi
Shifting our gaze from Brazil to Argentina, the other great protagonist of legendary Latin American football, the dynamic changes but the substance remains the same. The 1986 epic will show how even the brilliant individualism of a force of nature like Maradona needed a solid supporting strategy to turn pure class into a world title.
It has been written that Maradona won the 1986 World Cup alone, but this is clearly nothing more than journalistic hyperbole. In reality, coach Carlos Bilardo devised a rock-solid three-man defence and a midfield of "workers" (such as Giusti, Batista and Enrique) whose only job was to cover Diego Armando's back. This unglamorous work benefited players like Valdano and Burruchaga, who scored decisive goals by exploiting the spaces opened up by double markings on the "pibe de oro."
Something similar happened in 2022 with Lionel Scaloni's Argentina, who built a team willing to sacrifice everything for their star, Lionel Messi. In short: behind every great champion there is always a great team.
Escrivá: the hidden stone
Another Spaniard comes to mind, a "trainer of souls," St. Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), founder of Opus Dei, who often repeated ideas that apply just as well to the tireless midfielders who run to cover for the star player. At point 624 of The Way, his ascetical masterwork, we read: "Every piece in its place," and immediately afterward the author asks: "What would be left of a painting by Velázquez if every colour went its own way, every thread of the canvas came loose, every piece of wood in the frame separated from the others?"
Just as in football the pursuit of personal glory destroys collective play, Escrivá condemns selfish individualism. He urges us to be like "the old stone hidden in the foundations," which cannot be seen but supports the whole building. In football, it is precisely the defenders and midfielders who hold up the goals scored by Pelé or Messi:
"Oh, if only you were like the old stone hidden in the foundations, underground, where no one sees you: because of you, the house will not fall."
The Way, 590
Or:
"Don't play... the fool: it's true that — at most — you have the role of a small screw in this great enterprise of Christ. But do you know what it means if the screw doesn't hold tight enough, or jumps out of place? Bigger pieces will come loose, or the gears will shatter. The work will slow down. Perhaps the whole mechanism will become useless. What a great thing it is to be a small screw!"
The Way, 830
A fragile but true solidarity
Substituting, with a touch of imagination and poetry, spiritual terms for sporting ones — is this not the perfect portrait of Pelé and Garrincha's Brazil in 1962, of Messi's Argentina in 2022, or of Luis de la Fuente's Spain, capable on July 19, 2026 of dominating the game and climbing once again to the top of world football?
Occasions like the World Cup — a sport that has always been immensely popular in Italy, though a short-sighted club logic and the leagues' excessive taste for foreign players are emptying out its youth pipeline, condemning the national team to a prolonged absence from the biggest international stages — evoke, among fans of their own national team, a strongly emotional solidarity, but one just as fleeting. For a moment it seems that individual interests add up into a common interest.
It is worth underlining, in this regard, two concepts that Pope Leo XIV recalls in his recent encyclical, Magnifica Humanitas. He reminds us that the principle of solidarity does not define a mere sentiment, but calls forth a true social and political form to be embodied, while the common good is not to be understood as the simple sum of individual interests, but rather as the social form in which the dignity of each person is recognized. Clear and unequivocal statements.
No man is an island, and just as in football victory is won together — each with his individual skill —, the same holds true for the Christian life: we neither walk nor save ourselves alone, but are called to form a community that grows, sustains, and bears witness to the love of God in the world.
Giuseppe Lalli
Contributor